Affanculo
Storia di un Festival
Sulla spiaggia di Castelporziano c’è un casino immondo.
Sul palco del Festival si intervallano i poeti chiamati per l’occasione senza nessun successo: Dario Bellezza si incazza perché non lo applaudono e gli gridano “Scemo! Scemo!” quindi viene declassato quando un ragazzo si spoglia davanti a tutto il Festival per il giubilo popolare, l’azzimata Dacia Maraini non riesce a leggere neanche un verso e si congeda dicendo “avete ragione, non serve a nulla la poesia, rinuncio”, dei pischelli prendono il microfono e si incazzano perché non è ancora arrivata Patti Smith (non arriverà mai), fattoni decidono di decantare la loro weltanschauung che si riduce sempre a un “che cazzo me ne frega”, ci sono pischelle che tentano la via poetica distruggendo la lingua italiana, la kermesse viene interrotta perché un cane ha morsicato una persona e si cerca il padrone, serve più vino!
È pieno di gente nuda tanto che il poeta Evgenij Evtusenko non vuole far esibire la fidanzata Bela Achmadulina (che poi non salirà sul palco).
L’ambiente lo descrive bene Valerio Mattioli nel suo Remoria:
Il cartellone era di per sé stellare: per tre giorni, sul palco appositamente allestito tra le dune si sarebbero alternate le letture dal vivo di mostri sacri come Allen Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky. Erano tutti nomi che ancora cinque anni prima avrebbero provocato l’estasi istantanea di ogni figlio dei fiori da qui all’ultima comune hippie tra le campagne umbre, ma che nel 1979 parevano ripescati da strati su strati di naftalina maleodorante. E già al primo giorno, il festival dei poeti si trasformò nella parodia squilibrata di un assalto ai forni col microfono sul palco al posto del proverbiale tocco di pane.
Agli organizzatori, cioè i membri di Beat 72 e Renato Nicolini, assessore alla cultura del comune di Roma, ci vuole poco per capire che a quei ragazzi disillusi, tossici, disagiati non gliene frega proprio un cazzo di sentire Allen Ginsberg, Fernanda Pivano o William S. Borroughs.
Sempre Mattioli:
Semmai erano loro che su quel palco pretendevano di starci: e mica per declamare in pubblico i propri componimenti in rima. No, per vomitare all’immane platea lì raccolta un intero bagaglio di insoddisfazioni, malessere morale e psichico, tedio sotto anfetamina e insulti indifferentemente indirizzati contro chiunque fosse all’ascolto.
L’unico che riesce a zittire il pubblico e farsi ascoltare è Aldo Piromalli, ormai alla stregua di un reduce di guerra della generazione beat, barba e capelli alla santone indiano e sguardo spiritato, legge piegato sul microfono come facesse un inchino, una composizione che gli darà un momento di insperata popolarità (l’ultimo):
AFFANCULO
Affanculo
con la piccola amministrazione quotidiana
un pezzo di pane per te
un pacchetto di margarina
quanto hai guadagnato oggi.Affanculo
con l’affitto e il padrone di casa
la città dove abiti
i debiti di ieri, oggi e domani.Affanculo
con il libro da pubblicare
con i vari incontri al bar
l’attesa al telefono
lei si farà sentire, più o meno.Affanculo
con la pioggia con la bella giornata di sole
con il consumo d’alcol e marijuana
piatto vegetale o carne in scatolaAffanculo
con il viaggio in treno, in aereo
con l’urlo degli amici dispersi
con i denti putrefatti
i gangli delle mani.Affanculo
con tutto quello che si doveva fare
e che non si è fatto
i mondi non visitati
le religioni non scoperte
i sentimenti non coltivati.Affanculo
con le carriere letterarie
e quelle ministeriali
le nuove Atlantidi
le collezioni d’arte
e i soldi da guadagnare.Affanculo
con il successo
e milioni di persone
gli applausi, la rivoluzione
grandiosa serata, grandiosa scopataAffanculo
con la solitudine
e il dialogo con se stessi
con la morte dirompente
Lo studio della luce latenteAffanculo
con l’appuntamento mancato
il lavoro perso, il lavoro trovatoAffanculo
con gli alti e i bassi
i giochi di potere
corsa del topo di città
brillando forze
alzando maniAffanculo
con lo stomaco vuoto
l’aria putrescente
il sole demente
civiltà scomparse
madonne vergine
cristi masochisti
chiese
circolo privatoAffanculo
con lo Stato
la piccola e grossa borghesia
la retorica del proletariato
mente in prigione
lame a doppio taglio.Affanculo
con questa dimensione
che comporta questo pensiero
che comporta questa limitazione.
La mia non è costruzione
è solo un mododi sbattervelo in faccia.
Affanculo
con il velleitarismo di sempreAffanculo
con il passato
tutte le immagini create
tutte le impressioni ricevute
tutte le battaglie compiute.Affanculo
con tutte le ideologie
i vari sistemi
punti di vista
sintesi
varie esperienzeHo voglia di chiudere gli occhi
e immergermi nel pieno silenzio.S’alzino le vele.
Nessuno cita mai questa poesia nel canone letterario italiano, così come il Festival Internazionale dei poeti di Castelporziano non riceve se non poche e sparute citazioni all’interno dei manuali di letteratura italiana contemporanea.
In un certo senso, è giusto, la poesia di Piromalli è piena di quel fuoco giovanile che può avere un hippy di 33 anni, ma non è grandiosa, è bellina.
Il Festival invece venne dimenticato perché fu istituzionalmente un disastro: la spiaggia si trasformò in una Sodoma, dove la gente scopava in giro, si faceva mentre in sottofondo c’erano i poeti inascoltati. Il palco addirittura precipitò sotto il suo stesso peso perché la gente era troppa, si dice addirittura perché cercarono di portare una pentola di minestra gigante.
Ma il Festival e la poesia di Piromalli, invece, rappresentano un momento chiave per capire il rapporto che l’Italia ha avuto con la poesia. Un punto di svolta da cui non siamo più tornati indietro.
L’anno e il luogo sono fatidici, siamo negli ultimi giorni di giugno del 1979, Aldo Moro è stramorto, gli anni dell’impegno giovanile stanno sparendo e dando il campo a un disimpegno scherzoso eroinomane, il PCI sta iniziando la sua parabola discendente e la Thatcher ha vinto le sue prime elezioni, il luogo è Ostia, dove 4 anni prima si è compiuto il sacrificio del poeta dei lumenproletari, Pasolini, e che diventerà uno dei luoghi più funestati dall’epidemia di eroina e AIDS, come mostrerà Claudio Caligari col suo primo film, Amore Tossico.
I ragazzi di vita che descriveva Pasolini sono diventati i contestatori dei poeti.
Il fallimento del Festival è stata una questione di tempistica e ingenuità, se l’idea fosse balenata nella mente dei Beat 72 solo, mettiamo, cinque anni prima, sarebbe stato un successo. Pieni anni di piombo, grande impegno del proletariato urbano, poeti di grido e spiagge da riqualificare, Pasolini ancora vivo!
Invece, il grande sbaglio di Nicolini & Co. è stato pensare tre cose:
1.Che ai giovani proletari romani o borgatari fregasse ancora di essere educati, di avere a che fare con la cultura in modo così passivo e gerarchico ma, soprattutto, di stare seduti tranquilli a ascoltare, Piromalli prende il sopravvento perché cita un motto della sottocultura del tempo: “Affanculo ce so annato non me c’hanno voluto, vacce te che sei un cornuto!”
2.Che una spiaggia che era rinomata nel mondo underground romano come luogo di scopate occasionali per la comunità omosessuale, tanto da essere chiamata “Il Buco”, fosse il posto giusto per cercare di creare ordine. La spiaggia libera di Castelporziano, negli anni seguenti, diventerà uno dei luoghi preferiti dove bucarsi.
3.Che la generazione beat avesse ancora qualcosa da dire. Jack Kerouac era morto nel 1969, 10 anni prima!, Ginsberg era nella sua fase più decadente, così come Borroughs. Quello stile di vita, droghereccio, alcolizzato, con in mente la fine del mondo capitalista della sorveglianza tanto sbandierato era finito col ‘68 e negli anni successivi al ‘77 sembrava quasi una presa per il culo. Abbiamo perso, ora ci rimane solo la droga.
Castelporziano e il suo Festival rappresentano uno degli ultimi tentativi italiani di rendere la poesia non qualcosa da scaffale di libri, ma vita vera, e per qualche frazione di secondo, tra le dune del Buco, lo è stato.
La sconfitta, tuttavia, è stato troppo bruciante, il rifiuto troppo grande per riprovarci. Oltre all’ingente perdita di soldi pubblici.
Difatti, il Festival fu un merdone così grande (tranne, a tratti, il terzo giorno dove la folla un po’ si placò e i poeti gridarono di più) che Nicolini dovette difendersi in consiglio comunale e, siccome era uomo di grande classe oltreché un troll, decise di citare Montale e i “poeti laureati” come esempio di chi vuole una poesia per tutti.
Il Festival, a onor di cronaca, è stato ripetuto, ben altre tre volte, sotto la spinta del direttivo dei Beat ‘72, ma in contesti molto diversi: tra cui Piazza di Siena a Villa Borghese e nell’aula magna della Sapienza, con vari successi tra cui portare Philip K. Dick e Iosif Brodskij in Italia.
Ma erano ombre della festa anarchica di Castelporziano, che aveva portato al mare ben 30mila persone, il Festival non si ripeterà se non in una veste più borghese e istituzionale.
Perché la linea che vinse negli anni successivi fu quella elitista, con buona pace di gran parte degli intellettuali italiani, Nicolini ci provò sempre a tentare di aprire la cultura anche alla “borgatasfera” romana con successi altalenanti, finì l’esperimento nel 1985, quando era finita ogni speranza che cultura alta e parte bassa della popolazione potessero creare sinergia.
Aldo Piromalli invece si ritirò per sempre a Amsterdam, dove divenne famoso come poeta di strada perché leggeva le sue poesie a alta voce ai passanti, tra cui, spero, anche questa, che è molto bella:
CHE NON CI SIANO CIMITERI PER ME
Che non ci siano cimiteri per me
Ma foreste dove disperdere le mie ceneri
Che non sia custodito il mio nome
Che la mia foto scompaia dall’album di famiglia
Che mio padre e mia madre
Parlino al Signore
Dicendogli d’inviarmi
Nel lontanissimo pianeta azzurro della mente
Città attraversate, strade scomparse al tramonto
E Gioventù come inganno
Come lama confitta alla schiena
Sogni seguendo sogni
Mi sono incamminato per le vie di questa esistenza
Seppellendomi ogni giorno di più
Nel mito di figlio del Sole.
Ora eccomi al punto.
Come ultima storia, c’è quella di Amelia Rosselli e della ragazza-cioè, mito indiscusso del Festival.
La poetessa sta leggendo una delle sue poesie, prese da Documento, molto bella e molto suggestiva:
Rivale al cuore alle passioni (molto
usate e celebrate) desti filo da torcere
a quel nesso giuridico che operava nella
tua testa che forzutamente rubando al
ventre (ombra delle tue pupille) un
rafforzarsi della ragione, salvò quel
che poté, nell’ombra ragionando d’amore
mentre in via di trapasso celebravi
la quinta edizione del tuo errore.
Rosselli completamente pazza a leggere una poesia di questo tenore davanti a una folla sessuomane inferocita pazza, ma i geni sono così.
Prima di continuare a leggere, però, viene interrotta da questa ragazza bruna con gli occhi chiari un po’ gobba vestita solo col costume e una maglietta bianca, con un vago accento partenopeo, che imperversava da tutto il Festival e declamava le sue remore intervallando a ogni parola la locuzione “cioè” che le chiede:«Come fai a sentire le cose così, come fai? Com’è possibile che una persona possa sentire così?»
Era stata lei a stare di fianco a Piromalli mentre leggeva “Affanculo” infatti poco prima avevano avuto un diverbio, perché la ragazza-cioè (chissà dov’è adesso!!) non lasciava parlare nessuno. Una vera forza della natura.
Che altro dire se non 10, 100, 1000 altri Festival Internazionali dei poeti a Castelporziano, almeno possiamo smetterla di rompere il cazzo col fatto che la poesia è morta, perché non era mai stata così viva.
P.S.: Aldo Piromalli posta su Facebook anche da morto:





Spesse volte manifestazioni nate con intenzioni anche nobili finiscono in vacca perché non intercettano la rabbia repressa e il desiderio sovversivo di certo pubblico. Mi viene in mente Woodstock 99. Credo pero' nel potere misterioso di certe parole, come quelle di Piromalli, che seppur per un attimo calmano i bollenti spiriti e danno voce al mostro selvaggio.
Organizzare subito un remake di Castelporziano alla ricerca delle Amelie Rosselli o Aldi Piromalli dei nostri tempi. Ne abbiamo un grande bisogno...
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