Dolce e decorosa
La vita terribile di Wilfred Owen
La poesia di oggi si chiama Dulce et Decorum Est e è questa:
Bent double, like old beggars under sacks,
Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting flares we turned our backs,
And towards our distant rest began to trudge.
Men marched asleep. Many had lost their boots,
But limped on, blood-shod. All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf even to the hoots
Of gas-shells dropping softly behind.
Gas! GAS! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling
Fitting the clumsy helmets just in time,
But someone still was yelling out and stumbling
And flound’ring like a man in fire or lime.—
Dim through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.
In all my dreams before my helpless sight,
He plunges at me, guttering, choking, drowning.
If in some smothering dreams, you too could pace
Behind the wagon that we flung him in,
And watch the white eyes writhing in his face,
His hanging face, like a devil’s sick of sin;
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,—
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.
Mi è rimasta impressa sin da quando l’ho vista trascritta sul mio libro di letteratura inglese delle superiori, in cui era una delle pagine in cui mi fermavo quando mi annoiavo. E maneggiavo tra le mie parole la frase finale, il titolo, Dulce et decorum est/Pro patria mori.
E ogni volta che sfogliando il libro, mi capitava sotto la foto del suo autore, Wilfred Owen, mi fermavo a leggerla.
Devo dire che anche la foto mi seduceva molto, questo volto così giovane e sereno in divisa in mezzo ai vari Blake, Wordsworth, Woolf e Joyce.
Infatti, di fianco a questa foto tessera, c’era questa poesia, che esprimeva un terrore e una difficilissima convivenza con il trauma della guerra.
Il contrasto mi emozionava.
La foto ha ovviamente un senso: la persona ritratta, il poeta di oggi, Wilfred Owen, è ricordato per essere stato uno dei più celebri war poets della prima guerra mondiale.
(Pochissime poesie per la seconda, chissà come mai? Tantissimi romanzi, però. Interessante…)
Comunque, Owen è diventato celebre anche perché gli è andata male durante la guerra, qualcuno direbbe malissimo: è morto al fronte, una settimana prima dell’armistizio e che i fucili in Europa tacessero per 21 anni.
Owen non doveva tornarci in guerra e il suo amico nonché mentore nonché editore, Siegfried Sassoon, altro poeta di guerra inglese, aveva minacciato di pugnalarlo alla gamba se fosse tornato in guerra.
Infatti, a Wilfred era stato diagnosticata la nevrastenia, poteva rimanere a casa in modo definitivo, senza mai rivedere il fango francese.
Nel 1918 decide di tornare per una ragione assurda: Sassoon, che era stato uno dei primi a denunciare la crudeltà di quella guerra rischiando di venire fucilato, decide di rimanere in Inghilterra e lui torna perché convinto che, senza Sassoon, nessuno avrebbe descritto quanto faceva schifo morire in guerra, di quanto sia poco glorioso.
Ci ha rimesso la pelle, quindi non mi sento neanche di giudicare questa decisione, ma penso solo che 2 anni di Grande Guerra bastino per descrivere la faccenda.
La poesia descrive uno di quei momenti ingloriosi e atroci: un compagno di Owen viene ammazzato davanti ai suoi occhi da un attacco di gas.
Non c’è nessuna gloria, nessun compagno che ti tiene tra le braccia, nessuna bandiera, inno, niente di niente, solo tu che soffochi nel tuo sangue davanti ai tuoi compagni mentre la vita ti si spegne negli occhi.
Lo stile è asciutto, ma si lascia andare al poetico quando meno te lo aspetti, questo stronzo che stramazza al suolo si relaziona ai sogni, al mare verde, al diavolo.
Tutto si accavalla davanti alla morte. Ricorda ovviamente Veglia di Pascoli, senza quello slancio vitale. Non c’è nessuna redenzione in Owen.
Si parte piegati, si finisce distesi, l’orgoglio non appartiene alla guerra.
Solo il finale si permette di uscire dalla cornice, parla direttamente ai suoi interlocutori, gli dice che non farebbe così i gradassi, se anche loro, nei loro sogni, avessero in mente quel immagine terribile.
Ma chi erano questi interlocutori? Jessie Pope, propagandista inglese, a cui la poesia era direttamente indirizzata, che spronava i giovani uomini a morire per la patria.
Ecco un pezzo, da una sua poesia chiamata The Call del 1915:
Who'll earn the Empire's thanks—
Will you, my laddie?
Who'll swell the victor's ranks—
Will you, my laddie?
When that procession comes,
Banners and rolling drums—
Who'll stand and bite his thumbs—
Will you, my laddie?
La stessa Pope incoraggiava un fenomeno molto comune in Inghilterra durante la guerra e cioè regalare delle piume bianche a chi non si arruolava come segno di vergogna e codardia.
Non riesco neanche a immaginare per un uomo con la sensibilità di Owen cosa voleva dire fare esperienza di questo clima insopportabile, immagino la sua rabbia, il suo senso di ingiustizia verso quelle persone che dall’alto del loro scranno, sicure nelle loro case, si permettono di parlare di “guerra”, “vittoria”, di “campi di battaglia” per difendere la “civiltà”.
Certo, a volte contro queste persone una poesia non serve a molto, serve fare la lotta armata.
Perché leggere chi sbava davanti alla morte, mentre tu la morte l’hai vista ti fa, credo, arrabbiare parecchio.
Forse ecco perché è tornato al fronte, a testimoniare e a morire.


La vicenda é dolorosa e il suo personaggio é sfigatissimo.
Le vidende guerresche seppur atroci e crudeli stimolano pero' espressioni nobili come la poesia del nostro e miriadi di racconti, romanzi e film memorabili.
Alla fine la guerra spoglia di tutte le sovrastrutture e gli uomini meschini o nobili appaiono nudi ma sinceri.
Pero' di questa rivelazione possiamo farne tranquillamente a meno e continuare a vivere un po' più bugiardi ma in pace.
Mi é piaciuta pero' la scelta di Lorenzo perché non conoscevo la storia del povero Wilfred e da adesso lo terro' in considerazione se non altro per la sua sfortuna memorabile