FOSCHIA
Zanzotto e la Pianura Padana
Essere alla guida alle quattro e sedici della notte di capodanno e pensare a Fosfeni di Andrea Zanzotto è obiettivamente una cosa da sfigato.
Il cervello, come meccanismo di difesa dalla paura e ansia che mi attanaglia davanti ai banchi di nebbia che attraverso a bordo della macchina, mi spara nella corteccia prefrontale i versi del poeta veneto, a ondate.
Ma diamo ancora qualche tratto di contesto: i banchi di nebbia, che i miei occhi iniettati di sangue e caffeina (presumibilmente) stanno vedendo, si stanno depositando in un luogo che conoscono bene, la Pianura Padana, in quella parte che si scontra coi colli e gli Appennini, dalle parte di Alessandria, dove Napoleone vinse un’altra battaglia da dove sto tornando dopo la festa di Capodanno. Mamma mia ragazzi, qui quasi Margaret Mazzantini (derogatory).
Il mondo, in questo momento, è un posto incomprensibile, il buio si mangia tutto e l’autostrada e le sue strutture sono attraversate da giochi di luce perversi che fintano delle curve dove il cemento non fa che andare dritto.
Ogni sollievo dalla foschia è un momento per pensare alla cazzata di prendere la macchina alle tre per arrivare a Milano alle cinque, ma la concentrazione per terminare la missione è troppo forte, il senso di colpa non dura e ritorna Zanzotto.
Da come la descrivo sembra che stia compiendo la traversata del parco di Yellowstone nudo a gennaio per salvare l’ultimo cucciolo di Lince dall’estinzione, ma per chi vive una vita normale come la mia le decisioni stupide come queste sono come passeggiare nudi nel parco di Yellowstone (credo).
Compagni di questo viaggio sono OK Computer sparato a 30 di volume, Ludovica addormentata e Andrea Zanzotto. Queste sono le cose che mi tengono sveglio assieme alla caffeina iniettata dagli Espresso Martini e dal caffè delle 20.
Quindi in mezzo al buio pesto, dove non ci si può fidare neanche della luce e gli unici abbagli di razionalità sono i cartelli verdi e blu dell’autostrada e le aree di servizio vuote, nella mente arrivano sparse, irregolari, non imparate a memoria brandelli così:
Tu meno esperto che quando l’uccello fa il nido
ed è troppo ingegnere
meno efficiente di quando…
Come a incanti di bosco si agganciano ora, ora – e si staccano steli – dopo dopo
e s’incrociano nella brezza
della prima luce sulle piste
Tu povero tra tutti i poveri, leso tra tutti i lesi
[…]
code di rondini, per siepi, appena intraviste
e vuoti di memoria, falle, cascatelle trattenute da un dito
La poesia non è completa, ma come spesso accade quando ci si priva del sonno, la mente salta qua e là senza soluzione di continuità, mastica e risputa tutto, quindi mentre ripenso a quella poesia per rendere la mia anabasi ancora più romantica, mi vengono in mente sparse anche delle citazioni che Zanzotto, figlio della Pianura così irriconoscibile nella sua versione lynchiana del primo gennaio, fece riguardo al paesaggio.
Nei miei primi libri, io avevo addirittura cancellato la presenza umana, per una forma di “fastidio” causato dagli eventi storici; volevo solo parlare di paesaggi, ritornare a una natura in cui l’uomo non avesse operato. Era un riflesso psicologico alle devastazioni della guerra. Non avrei potuto più guardare le colline che mi erano familiari come qualcosa di bello e di dolce, sapendo che là erano stati massacrati tanti ragazzi innocenti.
La Pianura Padana, nella sua grandezza, nel suo essere un iperoggetto mortoniano, è proprio quello che Zanzotto fugge. Tanto che non riusciamo a pensare a quel tratto di terra pianeggiante senza pensare alle fabbriche o alle autostrade o alle ferrovie, sono diventati sinonimi.
Ogni luogo, oggi divenuto ormai obiettivo militare, somma in se stesso tutte le grafie e i graffiti storico-geografici della militarità/terrore/irrealtà.
Te ne accorgi quando la attraversi la notte, quando le contraddizioni diventano più palpabili perché quasi più inconsce: qui non è rimasto niente.
Il mondo oscuro non racconta favole, ma ti risponde con un estremo silenzio, durante quel viaggio mi scappava la pipì, ma non avevo nessuna voglia di fermarmi perché la paura di stare lì a pisciare con gli occhi puntati verso quel oscurità gigantesca non mi allettava per niente.
Sarebbe stupido e banale descrivere la nebbia come riappropriazione naturale di spazi deturpati, è molto più interessante di così, tanto che i poeti e le poetesse la usano spessissimo come correlativo oggettivo, come Cristina Campo nel primo movimento di Diario Bizantino:
Due mondi – e io vengo dall’altro.
Dietro e dentro
le strade inzuppate
dietro e dentro
nebbia e lacerazione
oltre caos e ragione
porte minuscole e dure tende di cuoio,
mondo celato al mondo, compenetrato nel mondo,
inenarrabilmente ignoto al mondo,
dal soffio divino
un attimo suscitato,
dal soffio divino
subito cancellato,
attende il Lume coperto, il sepolto Sole,
il portentoso Fiore.
Due mondi – e io vengo dall’altro.
La soglia, qui, non è tra mondo e mondo
né tra anima e corpo,
è il taglio vivente ed efficace
più affilato della duplice lama
che affonda
sino alla separazione
dell’anima veemente dallo spirito delicato
– finché il nocciolo ben spiccato ruoti dentro la polpa –
e delle giunture dagli ossi
e dei tendini dalle midolla:
la lama che discerne del cuore
le tremende intenzioni
le rapinose esitazioni.
Due mondi – e io vengo dall’altro.
O chiave che apri e non chiudi,
chiudi e non apri e conduci
teneramente il vinto fuor della casa del carcere
e fuor dell’ombra della morte
e il senzatetto negli atrî luminosi
dei mille occhi impassibili
di chi ha compiutamente patito
e delle mani contro la notte levate
nel santo ideogramma della benedizione –
disegnati
ridisegnati
secondo gli otto toni che separano gli otto cieli
con l’erotico incenso e il ferale myron,
al centro del petto, al centro del Sole, là dove il Nome
– myron effuso è il Tuo Nome! –
rapisce in vortice immoto alla vita del mondo,
zampilla nuovi sensi dal mondo della morte.
O anche Camillo Sbarbaro:
Stracci di nebbia lenti
e cenere d'ulivi.
Quasi a credere stenti
che vivi. E' la pioggia una ninna‐
nanna di triste fanciulla;
al corpo che giace
la terra, una culla.
La nebbia nasconde, esclude alla vista. È il raffreddamento dell’aria umida, funziona benissimo pensarlo come il congelamento di un emozione che confonde. Il viandante famoso che dentro di sé ha l’idealismo tedesco (quindi il nazismo) e il tormento.
Heinrich Von Kleist che nel romanticismo ci è morto suicida, nella sua opera Il Principe di Homburg, fa dire al protagonista questa battuta prima di essere condannato a morte:
Ora, immortalità, sei tutta mia! Attraverso questa benda che mi copre gli occhi, tu mi abbagli col fulgore di mille soli. Sulle spalle mi crescono le ali e il mio spirito si libra negli spazi silenziosi dell'etere. Come una nave spinta dall'alito del vento vede sparire in lontananza il brulichio del porto, così tramonta per me ogni forma di vita. Per un attimo distinguo ancora colori e figure, poi sotto di me tutto diventa nebbia.
E allora in mezzo alla Pianura, su una Panda nera, dopo una festa di Capodanno in cui incontri persone che non vedi per mesi e a cui vuoi un bene dell’anima, ma che senti allontanarsi per questa forza centrifuga della vita, allora la nebbia la senti anche dentro di te. Il periodo storico poi è quello che è, signora.
C’è da dire che avevo predisposto il banchetto perfetto per la disperazione romantica, i Radiohead, la mancanza di sonno e il buio pesto.
Zanzotto allora ti parla con lucidità disarmante, il suo pessimismo umanista ti racconta la storia dello sradicamento umano dal naturale, quello che a 24 anni senti nei confronti della vita che conoscevi prima, quando la macchina del lavoro e delle aspirazioni si mangia tutto, come l’ottica militare nella poesia zanzottiana.
E ecco che nei giorni seguenti, tornato a Milano e poi a Roma posso leggere la poesia nella sua interezza e riprendere i pezzi nascosti dalla nebbia:
Tu meno esperto che quando l’uccello fa il nido
ed è troppo ingegnere
meno efficiente di quando
l’acqua fa la chioccia e
sistema sabbie a manipoli
Valore d’uso e di scambio
quanto può esservene rasoterra e rasoombra
quanto tra le pelurie di una cinerina quaresima
Incerto utensile bene d’uso incerto
incautamente qua e là connesso
a una mano a un piede che scansa che scambia
Come a incanti di bosco si agganciano ora, ora – e si staccano steli – dopo dopo
e s’incrociano nella brezza
della prima luce sulle piste
Tu povero tra tutti i poveri, leso tra tutti i lesi
incrocio di valenze, istanti, tesi effimere –
code di rondini, per siepi, appena intraviste
e vuoti di memoria, falle, cascatelle trattenute da un dito
Quello che, come un eco, fa ritornare nella mente la poesia di Zanzotto è descritto bene da Sara Massafra nel suo articolo uscito sul Tascabile proprio sul poeta di Pieve di Soligo:
Ne risulta un panorama poetico astratto, quasi mentale pieno di punti di fuga, dove il tono dominante è il grigio che colora un’atmosfera indistinta. È il riflesso di una mente del tutto appiattita dalla passività dell’essere che rende nebuloso e privo di contorni ogni forma del reale.
Siccome ho avuto difficoltà a articolare il cascamento-di-braccia che mi ha preso in questi mesi autunnali diventati invernali senza riscadere nelle solite quattro categorie che ormai non hanno alcun senso, la poesia tarda di Zanzotto mi ha soverchiato nella sua potenza espressiva, nel suo essere così umile nonostante a scrivere a quel punto è uno dei più grandi poeti del Novecento.
Lo spaesamento territoriale davanti alla modernità non è una categoria da critici letterari, ma è qualcosa che succede davvero, a volte penso che ciò che legge su una pagina di un saggio di filosofia sia, così, un esercizio di stile, qualcosa che non accade davvero, invece la poesia ha un’immediatezza che ti lascia senza alcun dubbio.
La trasformazione storica che ha reso questo angolo di mondo uno dei più inquinati, più recisi dal suo essere, più oscuri e morti non è accaduta lontano da me, è accaduta anche a me, perché il suo inquinamento, le sue strade e la sua nebbia le ho attraversate.
Questo è uno dei motivi per cui bisogna ancora provare a leggere poesia, anche una all’anno o una al mese, perché si sedimenta più del previsto, e nei momenti di spaesamento ritornerà come un vascello fantasma che riesce dall’acqua e, forse, ci sarà qualcosa da capire.
Vi lascio con un piccolo haiku sempre del signor Zanzotto, che prima li scriveva in inglese e poi si autotraduceva:
Una nebbia dentro al mondo ranocchi
genera, e cibo marcio
poi fuochi di occhi pungenti bruciano tutto
E poi così per non farsi mancare nulla, un estratto dal mio libro preferito della letteratura italiana del Novecento di un altro amante della tristezza padana, Una questione privata di Beppe Fenoglio, nel momento in cui Milton, il protagonista, affronta il momento più drammatico della sua vicenda partigiana:
Si addossò al muro della cappella e guardò ansiosamente al passo della Torretta. Era già quasi ostruito dalla nebbia che saliva, per saturazione, dal pianoro sottostante. Rimaneva ancora uno squarcio, ma la squadra di Giorgio avrebbe dovuto apparirvi in dieci secondi. Non apparvero, ed ecco, ora era fatta, un rinforzo di nebbia aveva cancellato il passo.
Accese una sigaretta. Da quanto tempo non accendeva una sigaretta a Fulvia? Valeva sì la pena di attraversare a nuoto l’oceano pauroso della guerra per giungere a riva e non fare altro o più che accendere la sigaretta Fulvia.


Mi sembra di vederla la nebbia che oscura la vista. Non é solo qualcosa di fisico che raffredda ulteriormente l'aria gelida di questo gennaio, ma anche una dimensione in più in cui si perde orientamento e cosi' brancolanti si puo' sia perdersi per sempre sia approdare su qualche verso salvifico come quelli di Zanzotto. Speriamo di ritrovare presto il sole.