N.
Sì, sì, parliamo ma che diciamo?
Uno dei pochi concetti che mi sono rimasti dal mio periodo in cui ero in fissa con Sherlock Holmes e i suoi derivati è quello per cui gli esseri umani, se attraversano un posto tante volte, non si accorgono più di niente, se non di eventi estremamente significativi. Tutto quello che non è dirompente o sta sotto una soglia dell’attenzione minima viene annullato come stimolo.
Certo, meglio, perché se no saremmo tutti allucinati o psicotici (più o meno quasi ci siamo), però, oltre a sostanzialmente annullare il tempo superfluo, ci rende noiosi e amorfi. La variazione è complicata, ma rende il tempo significativo.
Per esempio, io mi sono accorto solo oggi, ci sarò passato davanti tra le trecento e le trecentocinqua volte, che in un angolo della Sapienza c’è un chiosco che vende borse di cuoio toscano. Mai notato prima, cassato, impossibile ricordarselo. Il motivo per cui sia lì mi sfugge, ma intanto me lo sto chiedendo e lo spazio diventa sempre più curioso e divertente.
Il chiosco di cuoio 10000000%%%%% toscano della nostra mente è il linguaggio, ci attraversa sempre: lo maneggiamo, lo ascoltiamo, lo crediamo nostro, lo perdiamo, ci tradisce. È questa massa informe tra pensiero e voce che continua a sfuggirci e a tornarci. Per me, l’oggetto di studio più interessante del mondo e uno dei più difficili.
Non starò qui a citare Wittgenstein, ma dirò soltanto che la tradizione filosofico-analitica vale zero quando si tratta di parlare di filosofia del linguaggio. Lo studiano come se fossimo dei topi dentro le gabbie, cosa che immagino che a molti analitici piacerebbe parecchio.
Comunque, la poesia di oggi è di Marco Giovenale, purtroppo non so se imparentato con il poeta romano di epoca imperiale ma non penso, e si chiama “N.”
È questa:
È seduta in giardino composta
Non è un giardino
È un orto
Ci sono piante da frutto
Con i loro frutti
Non la vedo seduta
Sta dietro lo steccato in piedi
Osserva i polli i pulcini le galline
No sono oche
Osserva le oche
Fanno un verso impettito
E vanno impettite da un capo all’altro
Quasi veloci per il becchime
Non sono veloci
È la loro andatura
Non so se è la loro non si può dire
Potrebbe essere il passo del video
È l’andatura che hanno oggi
Neanche questo è certo
Se fosse la stessa di ieri
Chi può mai dirlo non eravamo qui ieri
Non saremo qui domani
Lei dallo steccato lancia bocconi
Era prevedibile
Qualcosa
Le oche si avvicinano
Non sembra anzi le sfuggono
Hanno paura allora
Forse e non sono bocconi ma sassi lanciati
Ha in sé dello schietto sadismo forse
Sembrava seduta con le gambe accavallate
Invece è ritta allo steccato osservando lo spettacolo
Sembrava piegata
Deprimente sciatta semmai
Forse uno spettacolo ambiguo
Non direi anzi chiaro forse
Donna nel sole con oche
È nuvoloso e peggiora
Non sono oche se vedi bene
Nel sole
È un film dunque sono filmate
Ma il film fa riferimento al vero
Chi può verificarlo
Sinceramente
Ho scoperto questo autore in uno scantinato a San Lorenzo, dove la letteratura può davvero fiorire.
Giovenale stesso stava presentando il suo ultimo libro, Oggettistica, assieme a due professori di letteratura di sessant’anni, ovviamente si è finito a parlare di lotta armata, Berlusconi e Reagan. Avrei potuto ascoltarli per ore, ormai il mio orecchio, dopo anni di istruzione pubblica italiana, sente il richiamo di uomini di mezza età che ti mainsplainano la storia contemporanea italiana come i gatti quando gli metti le crocchette nelle ciotole.
La presentazione è stata molto bella perché era una delle prime volte che sentivo un poeta (vivo) decantare i propri versi e prendeva tutto una piega più viva in questa arte, la poesia, che proprio viva ora non sembra.
(Eravamo in sette in quello scantinato.) Gatekeeping works!
Mi ha colpito subito per il modo in cui costruisce le sue poesie: lui sostiene di scrivere in modo asemico, cioè senza significato dietro, ma con un vuoto che il lettore deve riempire.
In questa poesia si parla di oche, di video e di donne nel sole, il significato traballa, si manifesta, poi si nasconde e poi riappare di nuovo.
Come nelle conversazioni.
Le sue poesie e la scrittura asemica in generale sono la cosa più vicina alla mimesi di una conversazione che abbia mai sentito in italiano.
E erano conversazioni che mi piacciono, mi piacciono come suonavano le parole (come nelle canzoni di Paolo Conte), mi piace come si muove il significato nella mia testa.
Divertente e curioso come lo spazio che aggiunge un venditore di borse di cuoio toscano.
D’altra parte, le conversazioni sono vuoto che riempiamo con la realtà e molto spesso questo processo sfarfalla, è bello riscoprirlo ogni volta come bambini


Anche io subisco il fascino delle parole come Lorenzo. C'é chi le usa per riempire tutti gli spazi lasciati liberi e frustrato continua a parlare o scrivere e c'é come il poeta di questa settimana preferisce accennare, buttare ami per i lettori che sono liberi di interpretare i suoi tratti come vogliono. Non so ma le oche o supposte tali, la signora forse sciatta o forse composta, il sole vero o di un film compongono un quadro coinvolgente anche se non succede niente. Alle volte basta un'immagine, una sensazione o anche una parola per farti vivere un mondo intero.