Risveglio
J.Rodolfo Wilcock e via del Mandrione
Tra via Tuscolana e via Casilina, a Roma, c’è una via che si chiama via del Mandrione. È una via incredibile, si allunga di fianco a dei binari, è buissima e fa compagnia all’acquedotto Felice, una struttura architettonica del XVI secolo.
Il nome “Mandrione” deriva dalle mandrie che venivano fatte pascolare qui, poi si popolò di persone dopo il 1943 quando San Lorenzo venne bombardata dagli americani, comandati dal generale Doolittle, non quello che parlava agli animali.
Divenne famosa per essere malfamata, abitata dalle rockstar della malfamazione giornalistica ossia prostitute e zingari, nel 1958 Pier Paolo Pasolini la descrive così:
Ricordo che un giorno passando per il Mandrione in macchina con due miei amici bolognesi, angosciati a quella vista, c’erano, davanti ai loro tuguri, a ruzzare sul fango lurido, dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni. Erano vestiti con degli stracci: uno addirittura con una pelliccetta trovata chissà dove come un piccolo selvaggio. Correvano qua e là, senza le regole di un giuoco qualsiasi: si muovevano, si agitavano come se fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov’erano nati e dove erano sempre rimasti, senza conoscere altro del mondo se non la casettina dove dormivano e i due palmi di melma dove giocavano. Vedendoci passare con la macchina, uno, un maschietto, ormai ben piantato malgrado i suoi due o tre anni di età, si mise la manina sporca contro la bocca, e, di sua iniziativa tutto allegro e affettuoso ci mandò un bacetto.
La gente viveva in baracche numerate. Ora Simone Cicalone, membro dei freikorps nostrani, ci dedica un video e uno dei podcast più visti d’Italia, Tintoria, ci fa le registrazioni.
Passando oggi dal Mandrione non c’è più la melma, non ci sono prostitute (che io sappia, ma sanno nascondersi bene queste briccone) né bambini del Sud che giocano a calcio nel fango. Craxi e il boom economico hanno spazzato via questo mondo.
Però verso la Tuscolana rimane ancora qualcosa di quel mondo violento e sottoproletario, ci sono degli scorci strani, per esempio una roulotte che è sempre lì (la foto è del ‘17, io la vedo regolarmente anche nel ‘25) e non l’ho mai vista abitata:
Poi verso la Casilina iniziano a esserci delle palazzine a due piani, che ricordano un po’ un paesino italiano randomico. Quelli che stanno lungo l’autostrada.
Il mio rapporto con il Mandrione è altalenante: la prima volta che ci sono passato con tre miei amici di notte mi ha eccitato con questa atmosfera da abbandono, ma anche di luogo liminale di fianco alla civiltà, quando ho visto la roulotte mi sentivo in True Detective S1, che qui si chiamerebbe “Gianfranco Sbomboloni il maresciallo maledetto”, poi ci sono passato da solo, sempre di notte, facendo un’esperienza lisergica in cui c’erano gruppi di persone che gridavano, ridevano e poi il silenzio e il buio totale, fino a che non ho visto, attraverso uno degli archi dell’acquedotto, la cattedrale di San Giovanni e sapevo di essere salvo.
Come sempre, cristiano all’occorrenza.
L’ultima esperienza è stata spaventosa: ero con Ludovica in giro e la passeggiata stava andando benissimo, c’era il sole, il silenzio della via con questa natura selvaggia creava un’atmosfera di rilassatezza sensoriale, rotta, come spesso fa questa città, dalla truce materia umana. Svoltando su via Casilina Vecchia, un uomo non ben identificato ha iniziato a gridarci:«Vieni qui che te sfonno, te spacco la faccia a cojone, sì sì fai ercoattoatestadecazzo, te spacco io, non me guardare».
Le mie mutande erano pesanti di cacca. E con Ludovica abbiamo questo tacito accordo, credo comune, che quando qualcosa ci spaventa bisogna: 1.stare zitti 2.camminare molto velocemente 3.cercare la strada più trafficata possibile.
Non so se funziona, ma con questo metodo abbiamo seminato il matto, che tra l’altro brandiva qualcosa come arma.
Via del Mandrione, concrete jungle where dreams are made of.
In una catapecchia a via del Mandrione visse dal 1957 fino al 1960, uno dei poeti più importanti della letteratura sudamericana del XX secolo, l’argentino Juan Rodolfo Wilcock.
Nato a Buenos Aires da padre inglese e madre italiana, morì nella Tuscia viterbese nel 1978 senza aver mai riscosso successo in patria, ma con un seguito di culto in Italia. Tanto che nel 1979 ottenne post-mortem la cittadinanza.
Ancora oggi è ricordato come una figura liminale della letteratura, che entra e esce dal canone, la sua posizione così subalterna all’interno della società culturale gli ha permesso di dire e fare quello che voleva.
Era il traduttore ufficiale di Borges, scriveva spesso in italiano e in spagnolo, collaborava saltuariamente coi giornali e visse per tanto tempo in un luoghi decentrati, lontani dalle grandi città.
J.Rodolfo Wilcock ha scritto questa poesia:
RISVEGLIO
Già, possiamo stupirci di essere ancora vivi!
Ogni mattina il sonno che ci aveva sommersi
come un lago prosciugato si ritira
e ancora umidi ci lascia sulle sponde,
davanti al bosco o fabbrica o luna park
o cimitero di una nuova giornata.
Ritornare a leggere Wilcock è sempre affascinante, perché non ti frega mai, non conosce l’inganno, ciò che ti perviene attraverso le sue poesie è semplicemente la sua verità.
Qui ci racconta un sentimento che accomuna tutti: lo stupore del sonno, della ciclità della vita e del trauma di risvegliarsi.
E la vita activa è un lago prosciugato in cui siamo umidi di sonno.
E comunque nessuna definizione sarebbe migliore per via del Mandrione di “bosco o fabbrica o luna park o cimitero di una nuova giornata”.



Il pezzo di oggi é una chicca. Non solo l'autore crea un mondo misterioso e magico descrivendo scanzonato una semplice via romana ma questo circo immaginario diventa lo sfondo di una poesia bellissima di un poeta dimenticato che descrive sena retorica il momento universale del risveglio. Bisognerebbe istituire un premio per l'autore di questo post per l'opera meritoria di riscoperta di autori ingiustamente trascurati che ottengono la cittadinanza onoraria della Tuscia.